lunedì 27 aprile 2015

Dal romanzo al film: Child 44 - Il bambino n °44

“Non esistono omicidi in paradiso” è la tag line del nuovo film diretto da Daniel Espinosa, Child 44 – Il bambino n°44, in uscita nelle sale dal 30 aprile e tratto dal best-seller di Tom Rob Smith, già divenuto un caso editoriale per il suo incredibile successo. Un thriller a sfondo politico e ambientato nella Russia del secondo dopo guerra, quando la nazione si ritrova attanagliata nel braccio di ferro opprimente con l’Occidente.

“Non esistono omicidi in paradiso” è un mantra, l’undicesimo comandamento di un paese ferito e orgoglioso che cerca, ossessionato, il controllo sulla sua gente, sul suo popolo, contro il nemico numero Uno, causa di ogni male e contraddizione. L’Occidente è lo spauracchio sul quale far ricadere ogni sorta di colpa, la quale, nelle trincee delle contrapposizioni ideologiche, non può appartenere alla Santa Russia, né tantomeno ai suoi figli: nella Russia del 1953 non è ammessa alcuna redenzione poiché la criminalità non sussiste. La società stalinista non può concepirla e il crimine è frutto unicamente dell’Occidente capitalista e della sua perversa influenza.

Quelle poche parole, che d’altronde inaugurano l’inizio del film – non poteva essere altrimenti – riecheggiano dunque durante tutta la pellicola e rappresentano la chiave di volta per comprendere le azioni e le trame tracciate dai suoi personaggi. Rappresentano un malsano incantesimo attraverso il quale ottenere l’obbedienza, la cieca fedeltà. Vale soprattutto per gli agenti dell’MGB, il servizio di sicurezza nazionale dello Stato o, detto altrimenti, il braccio armato di un sistema il cui scopo principale è “la caccia ai traditori”, traditori di un vangelo politico che non si discute, ma si accetta senza condizioni. La regola del sospetto vale per chiunque: famiglia, amici, colleghi; i traditori vanno quindi estirpati senza esitazioni, come malerbe di un Eden in terra.

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Anche Leo Demidov ha questa convinzione, ne è stato permeato, immerso sin da bambino, quando l’Armata russa gli ha permesso il riscatto da una vita solitaria e di emarginazione, quando senza più nome, gliene ha restituito uno e in quello ha forgiato il suo “leone”, il suo primo combattente: «Leo Demidov, orfano diventato eroe di guerra, è un superbo prodotto del sistema Sovietico».

Tuttavia presto anch’egli dovrà fare i conti con la sua vita costruita sull’obbedienza, e l’occasione non tarderà a presentarsi. Dovrà fare scelte decisive, decisive per stabilire che persona essere, decisive forse per diventare ciò che realmente è e ricominciare una vita, una qualsiasi. Intraprenderà così il suo “viaggio dell’eroe”, un eroe diverso stavolta, a servizio solo di se stesso e sua moglie Raisa.

Il suo riscatto personale inizia in concomitanza con le indagini intorno a un misterioso serial-killer, «predatore di ragazzini». Contro l’insabbiamento della società sovietica, Leo comincerà pian piano ad aprire gli occhi e a risvegliarsi dal sonno in cui era stato sepolto in tutti quegli anni; e nell’evolversi degli avvenimenti si tracceranno anche i nuovi contorni del protagonista, in un dinamismo eccellente tra azioni e sentire interiore.

Ma è l’ideologia politica la vera ambientazione, la scenografia perfetta di un thriller dal ritmo incalzante, e dove la tensione è continuamente in apnea. La macchina del sistema sovietico è resa alla perfezione, nella sua nuda verità. Così vengono esposti i suoi personaggi, corposi e tangibili; lo spettatore non viene privato di nulla, tutto gli è posto sotto gli occhi, il cruento tanto delle idee quanto delle scene. È un thriller che non ha intenzione di fare sconti e che si offre alla mercé del suo spettatore, ansioso e impaziente di saperne di più dopo ogni fotogramma. Sebbene la storia degli omicidi seriali possa sembrare centrale, la trama cardine della narrazione, ritengo di non farle torto considerandola invece collaterale e funzionale al messaggio di sottofondo, alla filigrana dietro allo slogan iniziale, “non esistono omicidi in paradiso”: l’unica cosa che conta è la fedeltà assoluta al sistema, contrariamente a ogni apparenza, contrariamente a ogni indizio o perfino certezza.

L’ideologia può tutto, può anche riscrivere sotto la sua lente ciò che accade e piegarlo ai suoi scopi. “Ragionate quanto volete e su ciò che volete, ma obbedite”, era il comandamento di Federico II, già molto potente, e qui si estremizza massimamente: non si può pensare diversamente dal regime, di conseguenza non si può che obbedire in conformità al suo pensiero. La storia delle indagini e i suoi risvolti rappresentano quindi solo la punta di un iceberg, ma ciò non rappresenta una macchia, o una controindicazione alla visione, poiché nel film vi è comunque l’abilità di renderla pregnante e di posticipare unicamente all’uscita della sala, al momento della riflessione, tutte queste considerazioni: e non è un merito da poco, è il merito maggiore. Significa riuscire a catturare l’attenzione sugli eventi contingenti senza far eclissare (in un secondo piano) l’aspetto di forza maggiore, in una fusione ottimale dove la parte è degna di rappresentare nel modo migliore il suo tutto. Ecco la riuscita perfetta di Child 44: assolvere attentamente il compito di ogni prodotto culturale – che è già di per sé un ossimoro così fastidioso –, ossia offrire spunti e punti di osservazione molteplici, riuscire a varcare la soglia della quarta parete e imprimersi nella mente dello spettatore oltre alla narrazione appena svolta, oltre alla storia appena offerta. Inaugurare nuove riflessioni destinate ad allontanarsi da esso ma che, inevitabilmente, ad esso hanno il privilegio di rimandare.

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