lunedì 9 febbraio 2015

Libri in uscita: "Vicarìa" di Vladimiro Bottone

Vicarìa è il titolo del nuovo romanzo di Vladimiro Bottone, edito per Rizzoli uscito il 27 gennaio.
Vicarìa è anche uno dei quartieri più malfamati di una Napoli di fine Ottocento dove si intrecciano le trame variegate di questo mistery-storico, filate con maestria da “medici avidi di carne giovane, funzionari corrotti, camorristi e sbirri cresciuti nello stesso fango”.

La storia raccontata dalla penna di Bottone inizia subito con un grido silenzioso, con un saluto alla vita precoce, troppo precoce: quello di Antimo, un orfanello del Reclusorio, o’ serraglio, così come viene chiamato, all’interno del quale indifesi e senza nome vengono tenuti in ostaggio da una società in procinto di stabilirne la destinazione futura, che sia quella di un degno esercito del re in cerca di soldati, le carceri, o l’aldilà sempre avido di nuove ombre. In questa Napoli fatta di vicoli scuri e di speranze mal riposte, scandite dal ritmo ossessivo delle estrazioni del lotto regio, emerge prepotentemente la figura del novizio ispettore e futuro commissario Gioacchino Fiorilli, pericolosamente ancora impregnato di ideali antiquati e scollati con le unghie, a sua insaputa, da una città perduta e ridisegnata nel caos della corruzione e dei suoi “Alberghi dei Poveri”, dove quell’umanità ancora superstite viene rinchiusa e spogliata di ogni cosa, perfino della dignità.

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L’ossessione per Antimo di Fiorilli, che cresce attraverso il volto di sua figlia Angela, emblema dell’innocenza indifesa da proteggere a ogni costo, lo porterà a conoscere la giovane insegnante di musica del serraglio, Emma, la cui bellezza è forse pari solo alla bontà, e a scontrarsi col comandante di quella che è un’“autentica città nella città che ospita vecchi, donne perdute e soprattutto una spaventosa massa di bambini esposti a ogni genere di pericoli. Il comandante del serraglio, Michele Florino, è un uomo tanto inaridito e impoverito dalla vita da trovare in quelle stanze e corridoi angusti la sua unica ragione. Egli, come una presenza quasi muta, sembra, in tutto il romanzo, un’ombrosa prosecuzione del Reclusorio, dove egli stesso è volontariamente il primo recluso.

Le pagine scorrono avidamente e ogni volta, dopo ciascuna, un nuovo pezzo si aggiunge al puzzle che il lettore inizia a comporre nella propria mente; ed ecco che diviene difficile star dietro alla sfilata di personaggi – camorristi, “guaglioncelli” di poco conto, donne di facili costumi, funzionari e giudici – che si susseguono e che a un primo sguardo sembrano insignificanti. Allora occorre sfogliare qualche pagina indietro, ritrovare quel nome, fissarlo nella memoria e, di nuovo, continuare dalla pagina lasciata in sospeso. E il lettore rischia talvolta di perdersi in questo groviglio umano come i “serragliuoli” nel loro oscuro albergo. Ma ne vale la pena. Perché la scrittura è elegante ma viscerale, commista quel tanto che basta al dialetto napoletano che tiene attanagliati alla storia ancor di più. Cosicché quando si prosegue, si scopre che non tutto è come sembra. Bottone ci mostra e svela a ogni piega i contorni sfocati del bene e male, nelle vicende incriminate, nei personaggi, nel dispiegarsi di verità a volte assolute per se stesse altre volte di ausilio per fini più alti, chi può dirlo. E quindi anche il lettore man mano che si avvicina vive insieme al commissario Fiorillo “la contrazione fisica della verità” e prova a farsi una ragione degli eventi susseguenti che talvolta rispettano le logiche e le aspettative, spesso utopiche, di ciascuno, altre volte seguono lo spartito della musica napoletana che li ospita e si infrangono contro convinzioni e principi di un millantato Bene superiore e di una sempre più assente giustizia terrena. Il lettore viene scosso e resta incredulo. Nel romanzo si proiettano infondo le speranze e le illusioni della vita stessa che l’autore sa cogliere molto bene, e mostrare, al medesimo tempo, come niente poi sia più finto della realtà stessa, ossia di quella che intendiamo secondo personali costrutti e idealtipi, così distanti dal mondo in carne e ossa.

La chiave di violino di tutta la storia è proprio l’estrazione del lotto: l’evento che tiene inchiodati tutti i napoletani, camorristi e gente per bene, funzionari e gente comune. Il lotto regio a cui tutti si affidano e in cui tutti ripongono la propria fiducia senza conoscere gli arcani misteri che nasconde… per fortuna! In modo da poter colpevolizzare la mano della dea bendata qualora le cose vadano storte, così come accade con la vita, quando la si accusa per il mal torto.

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