martedì 9 dicembre 2014

Modelli (im)perfetti: Andrea Camilleri

Non vi preoccupate, è martedì e non veniamo meno ai consigli di scrittura, ma lo facciamo con una nuova rubrica "sperimentale", che andrà avanti per le due settimane prima di Natale e poi chissà. Leggendo tanti manoscritti di autori esordienti o quasi, ci si rende conto di quali e quante siano le fonti di ispirazione. Ma non sempre ci ispira ai modelli giusti, o lo si fa nel modo corretto.

Da quando, ormai quindici anni fa, Andrea Camilleri esplose come fenomeno letterario a livello nazionale e non solo, con i suoi romanzi ambientati nell'immaginaria Vigata e con protagonista il commissario Montalbano, il giallo è stato finalmente sdoganato come genere che può essere scritto da italiani e ambientato tra questure, volanti e vicoli. Questo ha portato alla nascita di una generazione di autori che si sono ispirati più o meno direttamente a Camilleri e lo hanno utilizzato come archetipo per i loro gialli. Ma se una cosa funziona una volta, non è detto che possa ripetersi all'infinito. Ecco alcuni elementi "camilleriani" che possono creare confusione negli epigoni.

Vigata e le altre. Vigata non esiste, o meglio è esplicitamente ispirata a Porto Empedocle, ma Camilleri per libertà narrative ha preferito darle un nome di fantasia. Questo però non vuol dire che si debbano inventare i nomi e i luoghi più improbabili per le proprie storie: non c'è niente di male ad ambientare un romanzo in una città realmente esistente, e anche se una certa aderenza alla realtà è ovviamente richiesta questo non vuol dire doversi attenere rigidamente alla toponomastica. Va bene anche inventare qualcosa in un contesto reale. L'importante è che l'ambientazione sia verosimile e che chiunque possa riconoscerci qualcosa di casa sua, anche se abita dall'altra parte del globo.


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Sole, mare, pioggia e nebbia. Vigata, soprattutto nella sua resa televisiva, è un'ambientazione ormai iconica. Ma non è necessario che gli elementi atmosferici siano sempre in primo piano: se deve esserci il sole o deve piovere, è meglio che sia per un motivo narrativo (per il mood della storia, per esempio), e non solo per fornire uno sfondo che sembri più movimentato.

Catarella & co. Catarella è un personaggio simpaticissimo, ma indubbiamente si tratta di una macchietta, per quanto ben riuscita, e nei romanzi ha un ruolo di alleggerimento. Vale la pena "clonarlo", anche solo a livello di funzione narrativa? E lo stesso vale per tutta la galleria umana di assistenti di Montalbano, da Fazio ad Augello. Sono stati pensati in funzione di ambientazione, protagonista e trama, ed è quello che bisogna fare quando si crea un "team" di investigatori. Tutt'al più si può fare affidamento su modelli archetipici o sulle maschere da commedia dell'arte.

Il dialetto. Prima di decidere di far parlare i vostri personaggi in dialetto (magari un dialetto mediato con l'italiano), chiedetevi se c'è un motivo valido, che non sia ovviamente richiamare Camilleri. C'è veramente nel dialetto qualcosa che nella lingua italiana si perderebbe? C'è davvero una maggiore musicalità? E soprattutto: non rischia di complicarci la vita?

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