martedì 30 settembre 2014

In & Out: scrivere un finale


Non esistono ricette perfette, in letteratura. Esistono scelte efficaci e scelte meno efficaci, ma anche l'efficacia è soggetta a parametri molto soggettivi. Va bene tutto, dunque, in virtù della relatività di ogni lettura? Non proprio, perché tutto sommato quando leggiamo un libro possiamo individuare un elemento che convince e un altro che invece non convince affatto. Cosa è "In" e cosa è "Out", in pratica. Proprio per questo oggi abbiamo deciso di tornare alla nostra rubrica più spietata, prendendo di mira i finali.


Il finale aperto è In. D'accordo, è senz'altro una questione di moda e di gusti ma un epilogo che lasci spazio all'interpretazione del lettore è di gran lunga più apprezzabile di un e vissero tutti felici e contenti. Durante la storia si creano delle aspettative, si alimentano delle domande e sollevano questioni. In chiusura è bene che molte di queste parentesi vengano chiuse, ma non è detto che al lettore non debba rimanere qualche dubbio. Lui e lei alla fine proveranno a stare insieme? Cosa significava, di preciso, quell'occhiata? La proposta che gli è stata fatta verrà accettata? Ovviamente è sempre meglio non esagerare, altrimenti vi ritroverete a dover scrivere una saga per fare in modo che tutti i nodi vengano al pettine, prima o poi.

Era tutto un sogno. Out! Bisogna prendersi la responsabilità di ciò che si scrive e, soprattutto, non bisogna mai e poi mai tradire il lettore, né prendersi gioco di lui, obbligandolo a chiudere il libro o a spegnere l'e-reader con un gesto di stizza. C'è un contratto e va rispettato, altrimenti tanto vale non stipularlo. Ripararsi dietro alla scusa del sogno o della visione è banale e riduttivo. Si tratta di un trucco, di una scorciatoia che difficilmente troverà l'accoglienza positiva da parte di chi invece ha seguito fin lì la storia per capire dove portasse. E un finale in cui il protagonista si risveglia imbambolato all'ombra di un albero o su un letto di ospedale non porta molto lontano.

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Tornare al punto di partenza può essere una scelta In. Tecnicamente si parla di finale circolare quando l'ultima pagina è collegata alla prima o perché nel mezzo c'è stato un lungo flashback, o perché le situazioni ai poli opposti sono le stesse. Tutto comincia con un uomo minacciato da una pistola alla tempia ed ecco che nel finale ritroviamo lo stesso uomo nella stessa situazione o, meglio ancora, la stessa situazione a parti invertite (il minacciato che ora minaccia). Stabilire dei richiami interni, un percorso fatto di dettagli illuminati solo a distanza, in modo tale che assumano un significato preciso soltanto a posteriori. Un meccanismo complicato che ruota perfettamente e dà al lettore l'impressione di avere tra le mani un congegno ben studiato, dalla superficie uniforme.

La carneficina è Out. Ci sono alcuni film in cui i morti abbondano e aumentano di minuto in minuto facendo sospettare che la storia debba finire per mancanza di attori. La bomba che esplode e fa fuori tutti quanti i personaggi, il disastro atomico, la furia omicida non calcolata di un killer arrivato all'improvviso. E magari un'ultima scena in cui il sopravvissuto, o i due-tre sopravvissuti si guardano attorno spaesati, tra rovine fumanti e un paesaggio post-apocalittico. Purtroppo non è molto originale, né soddisfacente. Potrebbe rientrare nella categoria dei finali aperti, certo, ma lo sterminio collettivo assomiglia anche a una strada facile per togliersi d'impaccio, prendendo un cattivo di qua, un eroe di là e chiudere tutto con uno scoppio a effetto prima dei titoli di coda. Ma, come detto, quando si scrive bisogna prendersi le proprie responsabilità. E se si vuole essere responsabili di una carneficina, bisogna avere le spalle larghe abbastanza per sostenerla e giustificarla.

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