martedì 17 giugno 2014

In & Out: il cattivo

Come tutti i martedì, tornano i nostri consigli di scrittura. Stavolta vogliamo proporvi, nella nostra rubrica "In & Out", qualche osservazione sui personaggi negativi. Come creare un "cattivo" credibile e non banale? Vediamo cosa fare, ma soprattutto cosa non fare...

Luke, io sono tuo padre. No, di Dart Fener ne basta uno. Come diremo tra pochissimo, le sfaccettature sono sempre ben accette nei personaggi, specie in quelli negativi. Troppo spesso, però, gli autori si sentono in colpa con i propri cattivi e nel finale provano a dar loro una sorta di redenzione giocando la carta che concede immediata umanità anche al peggior nemico, vale a dire la rivelazione finale: il cattivo tanto odiato dall'eroe è in realtà il padre degenere di quest'ultimo, che quindi non riesce più a odiarlo ma non può neanche amarlo. Mentre ci si chiede cosa sia più giusto fare, si può tranquillamente dare un verdetto: out!

Un personaggio troppo uguale a se stesso è un personaggio noioso e un cattivo solo cattivo rischia di diventare uno stereotipo ambulante. Se invece ci si trova davanti un personaggio che dovremmo detestare ma che, non si capisce perché, sentiamo anche di stimare, allora siamo sulla buona strada. Un villain che non suscita esclusivamente riprovazione e che è in grado di attrarre sentimenti ambigui risulterà intrigante, ma soprattutto credibile. E difficilmente riusciremo a dimenticarlo o a liquidarlo come uno dei tanti spauracchi posti sulla strada dei Buoni.


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L'esperienza quotidiana insegna che non c'è mai un solo motivo che spinge una persona a compiere delle cattive azioni. La narrativa più superficiale, invece, sembra prediligere una spiegazione su tutte: il cattivo è cattivo perché sono stati cattivi con lui. Out. Affrontare in modo così meccanico, ad esempio, un trauma infantile o una qualsiasi esperienza scatenante concorre ad appiattire e a banalizzare le ragioni della negatività del personaggio e la sua psicologia. La semplice catena di malvagità o la sua ineludibilità (magari dettata dalla predisposizione genetica) è roba di due secoli fa, quando si raccontavano storie in cui il figlio di un assassino non poteva che diventare un assassino o di donne violentate destinate a diventare infide meretrici. Le vie per la malvagità sono infinite. Perché prendere quella più comoda?

I Promessi Sposi sono un capolavoro per una serie di motivi. L'efficacia di alcuni suoi personaggi è senz'altro uno di questi. L'Innominato è diventato un modello, un esempio del come-si-fa. Con lui, Manzoni offre una realizzazione sublime del tòpos della conversione del malvagio (che di per sé rischia quasi sempre di essere affrontata con convenzionalità). Parlavamo prima dell'importanza della profondità psicologica del cattivo e della spiacevole ovvietà di alcune rivelazioni finali. Ebbene, dare spessore psicologico alle decisioni di un malvagio, renderlo meno infallibile e mostrarlo corruttibile al bene in modo tormentato gli permetterà di fuggire ogni stereotipo e di diventare un cattivo coi fiocchi. Un cattivo In.



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