mercoledì 14 maggio 2014

#SalTo14: il Salone dei record? Sì, però…




Ieri abbiamo pubblicato un resoconto del Salone del Libro 2014 basandoci sui dati ufficiali resi noti dall'organizzazione, che sono oltremodo entusiastici. Oggi, a freddo e con l'adrenalina del giorni di fiera ormai scemata, proviamo a fare un'analisi un po' più critica.

I numeri, intanto. In mancanza di altri dati, tocca fidarsi di quelli dell'organizzazione che parlano di un successo persino superiore a quello dell'anno scorso, quando già si era parlato di edizione da record. Per noi che c'eravamo sia quest'anno che un anno fa, l'impressione è stata opposta, ma tant'è. È vero che le giornate di sabato e domenica hanno visto il pienone, ma giovedì, venerdì e lunedì sono state particolarmente morte. E, a proposito, ha davvero senso la giornata del lunedì al Salone?

L'impressione è che il successo di presenze e soprattutto di vendite riguardi principalmente, se non esclusivamente, i grandi stand libreria. Feltrinelli, Mondadori, Einaudi, Giunti, Newton Compton e Piemme sono sempre stati affollati. Bene, si dirà; ma è proprio questo il senso del Salone? Una mega fiera in cui si entra in tante librerie dove si possono comprare senza sconti gli stessi libri che trovereste in un grande store?


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L'aspetto più "indipendente" e creativo del Salone è stato sacrificato, ormai per scelta ben precisa di organizzatori e grandi espositori, creando così anche una distorsione nell'atteggiamento del pubblico. Perché se il padiglione 2, quello più grande, è popolato dai grandi stand libreria, e gli editori medi cercano di correre ai ripari unendosi tra loro in piccoli stand libreria, tutti gli altri – ovvero gli espositori che non vogliono o non possono utilizzare questa tecnica, o chi propone servizi e non best seller, – vengono visti dai visitatori quasi come intrusi. E così si perde la "bibliodiversità" del Salone.

In quanto a novità, poi, l'edizione è stata deludente. La tanto strombazzata Officina, Editoria di progetto, non si è rivelata altro che una zona non troppo ben circoscritta con un gruppo di editori piuttosto eterogeneo e caratterizzata solo da un logo diverso nella segnaletica. L'incubatore, dedicato alle piccole realtà, è stato spostato dal padiglione 3 al padiglione 1, ma in un punto di scarsissima visibilità. Infine Book to the future, una delle novità più interessati dell'anno scorso, è stata fagocitata dallo stand del Libraccio, che non si capisce cosa c'entri in quest'area, ed è stata ridotta a un pout-pourri di espositori che per lo più non avevano niente a che vedere con i libri (il premio "trova l'intruso" va sicuramente a W-Lamp, che vendeva lampade). Lo stesso problema riguarda peraltro la zona Start-up, di cui solo un paio riguardavano direttamente i libri.

Infine gli eventi. Anche qui siamo molto sottotono: il migliore è stato senza dubbio l'incontro tra Joe Lansdale e Niccolò Ammaniti, interessante soprattutto per la verve dell'autore texano, ma per il resto pochissimi ospiti veramente di riguardo e pochi spunti interessanti. Peraltro suscita parecchi interrogativi la scelta dell'organizzazione di privilegiare il Salone Off, spostando fuori dal Lingotto parecchi eventi interessanti, come quello con Luis Sepulveda, e costringendo il pubblico a scegliere tra la visita agli stand e gli appuntamenti con i grandi autori

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