mercoledì 23 aprile 2014

Omaggio a Gabriel García Márquez




In morte di Gabriel García Márquez sono state dette molte cose, perlopiù giuste, molto spesso di circostanza, alcune volte acute. D'altronde García Márquez era diventato un'icona vivente dal momento in cui aveva vinto il Nobel nel 1982, e ancora di più da quando, per motivi di salute, aveva smesso di scrivere e diradato le apparizioni pubbliche. Perciò, da un lato i "coccodrilli" di questi giorni erano pronti da chissà quanto tempo, dall'altro Márquez si trovava già in una condizione di immortalità che la morte fisica non potrà intaccare.

Era il 1982 quando García Márquez ricevette il premio Nobel: aveva 55 anni e alle spalle 6 romanzi tra cui Cent'anni di solitudine, L'autunno del patriarca e Cronaca di una morte annunciata. Il Nobel arrivato in età relativamente giovane lo consacrò (se mai ce ne fosse stato bisogno) come "maestro" e mostro sacro della letteratura, ma rischiò di ingabbiarlo in questa condizione in un momento in cui poteva avere ancora tanto da dire e da scrivere. Perciò continuò, e nel 1985 pubblicò L'amore ai tempi del colera, che si può considerare una sorta di canto del cigno come romanziere puro. Dopo di questo, infatti, Márquez si dedicò alla ricerca storica e cronachistica, pubblicando Il generale nel suo labirinto, dedicato agli ultimi giorni di vita di Simon Bolivar, e Notizia di un sequestro, libro di non-fiction dedicato al "cartello di Medellin" del trafficante di droga Pablo Escobar (oltre a numerosi saggi e autobiografie).

García Márquez tornerà al romanzo, anche se con taglio autobiografico, nella sua ultima opera, Memoria delle mie puttane tristi, che oltre all'immancabile coro di lodi gli valse anche diverse critiche per il rapporto che vi si narrava tra un giornalista novantenne e un'adolescente che vuole vendere la propria verginità.

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García Márquez è quindi "sopravvissuto" al Nobel, riuscendo a evitare sia la morte letteraria – ovvero finire per diventare solo e unicamente il vincitore del Nobel, senza più scrivere niente – sia la morte vera e propria a ridosso del premio – una superstizione vuole che a chi vince il Nobel per la letteratura rimanga poco da vivere. Lo ha fatto scrivendo, anche quando sarebbe stato più comodo adagiarsi sui successi precedenti e vivere di rendita, o quando ha dovuto combattere contro il cancro – alla fine degli anni '90 - arrendendosi solo negli ultimi tempi all'Alzhemeir. Malattia che, assieme al suo carattere esigente fino all'ultimo, gli ha impedito di completare il romanzo En agosto nos vemos (Ci vediamo ad agosto), su cui lo scrittore ha lavorato per anni, completandone l'85% ma non riuscendo a trovare un finale che lo soddisfacesse.

Ora il romanzo potrebbe venire pubblicato incompleto, se gli eredi dell'autore daranno il consenso. Per ora bisogna accontentarsi del primo capitolo, che Márquez lesse in pubblico nel 1999: è la storia di una donna che, ogni 16 di agosto, si reca sull'isola dove è sepolta sua madre per raccontarle cosa è successo in quei dodici mesi. Il primo capitolo si può leggere, in spagnolo, sul sito del quotidiano La Vanguardia

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