venerdì 11 ottobre 2013

La scrittura secondo Alice Munro



Ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura 2013, nona donna nella storia e prima canadese. Ma chi è Alice Munro? La "regina del racconto breve contemporaneo" è nata nel 1931 e ha conosciuto il successo oltre i confini nazionali solo alla fine degli anni '70, affermandosi per le sue storie intime e minimaliste. La sua vita si è sempre svolta nella tranquilla provincia canadese tra scrittura, famiglia e servizi in casa, come non manca mai di ricordare.
Cerchiamo di saperne di più su di lei e sulla sua scrittura riprendendo alcuni brani di due interviste alla Munro, dalla "Paris Review" e dal "New Yorker".

Fa mai leggere le sue storie a qualcuno mentre le sta scrivendo?
No, solo quando sono finite.

E come si relaziona con gli editor?
La mia prima vera esperienza di editing è stata al New Yorker. Prima avevo solo fatto un po' di correzioni seguendo dei consigli, niente di che. Ci deve essere un accordo tra l'editor e me sul tipo di cose che possono succedere. Un editor che pensa che nelle storie di William Maxwell non succeda niente, per esempio, non può fare al caso mio. Inoltre deve avere un occhio molto attento per i modi in cui posso smarrirmi. Chip McGrath del New Yorker è stato il mio primo editor, ed era bravissimo. Una volta ho riscritto una storia intitolata "La stagione dei tacchini" che lui aveva già acquistato. Pensavo che avrebbe semplicemente accettato la nuova versione e invece no. Disse: "Be', ci sono cose che mi piacciono di più nella nuova versione e cose che mi piacciono di più nella vecchia. Perché non le vediamo?". Quindi ci siamo messi insieme a lavorare e ne è uscita una storia migliore, credo.
[…]
La mia prima storia pubblicata sul New Yorker è del 1977. Ma avevo cominciato a spedire storie alla rivista già negli anni '50, poi avevo smesso e le avevo mandate solo alle riviste canadesi. Il New Yorker mi mandava delle lettere, però, informali, mai firmate. Non erano proprio incoraggianti.
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Come ha scelto la forma del racconto breve?
Per anni e anni ho pensato che i racconti fossero solo un allenamento, finché non sarei stata in grado di scrivere un romanzo. Poi ho capito che erano l'unica cosa che sapevo fare, e quindi mi sono rassegnata. Immagino che il fatto di provare a ottenere così tanto dai racconti sia una sorta di compensazione.

Anche Cechov avrebbe voluto sempre scrivere un romanzo.
Lo so. E so cosa si prova a voler raggiungere quell'obiettivo di mettere tutto in un solo pacco.

Quando comincia a scrivere un racconto, è già tutto stabilito?
Non tutto. Ogni storia buona di solito subisce dei cambiamenti. Al momento sto scrivendo una storia che mi lascia un po' fredda, non mi piace molto, però continuo e mi dico che a un certo punto potrà prendermi. Di solito conosco bene la storia prima di cominciare a scriverla. Quando non avevo molto tempo per scrivere, le storie si svolgevano nella mia testa per così tanti giorni che quando cominciavo a scriverle ero già catturata. Ora prendo molti appunti. Ho pile di taccuini che contengono goffi appunti. E spesso, guardando le prime stesure, mi chiedo che senso abbia.

Trova difficile scrivere? È diventato più facile col tempo?
Sì e no. La prima stesura viene sempre via facilmente, poi segue una fase dolorosa di aggiustamento, poi le modifiche, eccetera eccetera.

Ha sempre scritto?
Ho cominciato alle medie. Sono andata per due anni al college e poi a vent'anni mi sono sposata. Sono rimasta incinta e per tutto il tempo ho scritto disperatamente, soprattutto quando ero incinta perché pensavo che dopo non sarei più stata in grado. Il mio primo libro è uscito quando avevo trentasei anni. Un piccolo editore, che poi è stato rilevato da McGraw-Hill, mi scrisse per chiedermi un paio di storie che voleva pubblicare in una raccolta assieme ad altri due o tre scrittori. Il progetto fallì, però passò le mie storie a un altro editore che disse: "Se scrivi altre tre storie, facciamo un libro". E così fu.

Quando scrive?
Quando le bambine erano piccole scrivevo quando loro erano a scuola. Quindi lavoravo sodo. Mio marito e io avevamo una libreria, e anche quando lavoravo lì restavo comunque a casa fino a mezzogiorno. Avrei dovuto fare i servizi, ma scrivevo anche. Più tardi, quando smisi di andare al negozio, scrivevo finché gli altri non arrivavano a casa per mangiare, e poi quando uscivano di nuovo, verso le due e mezza, poi una tazza di caffè e di nuovo i servizi da finire entro sera. Prima che le bambine andassero a scuola, scrivevo mentre dormivano. La roba che scrivevo non era buona, ma ero comunque molto produttiva. L'anno del mio secondo libro avevo quattro bambine a casa, perché un'amica delle ragazze viveva con noi, e io andavo al negozio due volte a settimana. Lavoravo fino all'una di notte e mi alzavo alle sei. E ricordo che pensavo che mi sarebbe venuto un infarto. E dicevo, "Be', se succede almeno avrò scritto molto".

Diverse volte negli ultimi anni ha detto che avrebbe smesso di scrivere. Poi sono arrivati all'improvviso altri racconti. Che succede quando prova a fermarsi?
Mi fermo – cercando per qualche motivo di "essere normale", prendere le cose con calma. Poi arriva a bussare qualche idea. Stavolta però penso sia vero. Ho 81 anni, comincio a perdere colpi con i nomi e le parole come tutti, quindi…

Fonti:
http://www.theparisreview.org/interviews/1791/the-art-of-fiction-no-137-alice-munro
http://www.newyorker.com/online/blogs/books/2012/11/on-dear-life-an-interview-with-alice-munro.html

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