martedì 17 settembre 2013

Five tips: In & Out



Questo è uno speciale dei five tips, uno spin-off se volete, che ci accompagnerà nelle prossime settimane. In e out, questo il titolo della rubrica, raccoglierà di volta in volta tutti i luoghi comuni e gli stereotipi della letteratura e di alcuni particolari generi narrativi, per poi stabilire come, quando e se è il caso di riutilizzarli in nuovi romanzi.
In questa prima puntata parliamo di narrativa in generale, ma dalla prossima volta approfondiremo la questione.

Il manoscritto ritrovato. Assolutamente Out. Senza tornare indietro a Manzoni, è cosa borgesiana, che poteva avere un senso in un certo contesto di ricerca metaletteraria post-moderna. Soprattutto, evitate di fingervi qualcuno che non siete, perché l'autore fittizio e i suoi lettori potrebbero aversene a male.


Il prologo, dieci anni prima. In, purché non sia un trucco. Se all'interno della trama ha senso inserire un prologo che racconti qualcosa di accaduto prima, o dopo, allora va bene, ma se è solo un modo per accelerare la trama di un thriller che altrimenti apparirebbe troppo lenta, lasciate perdere. Anche perché spesso il lettore nel frattempo si sarà dimenticato di quell'incipit così distante. E poi, se proprio decidete per il prologo, non è detto che dobbiate aspettare l'epilogo per sciogliere l'intreccio.
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Il protagonista è uno scrittore, o comunque un creativo in crisi. Out. Lo hanno già fatto in tanti, anche registi, lo ha fatto mirabilmente Paul Auster, ora basta. Perché difficilmente chi legge vorrà sentir parlare di chi scrive, e perché è sempre meglio guardar fuori che dentro quando si cerca l'ispirazione.


Il dialetto come forma di caratterizzazione dei personaggi. In, ma con moderazione. È, per capirci, quello che fa Camilleri, ma non solo. È una cosa tipicamente nostrana, vista la varietà di dialetti che abbiamo, ed è giusto che sia così; in generale non c'è niente di male a usare il modo di parlare per distinguere un personaggio dall'altro. Ma attenti alle macchiette, non sanno mai di verità.

Le voci diverse. Il romanzo narrato da più punti di vista che si alternano a raccontare è un altro elemento In ma con estrema moderazione, e con dei paletti ben precisi. Se volete usare più voci, che almeno non si alterni il tipo di narratore: usare un narratore in prima persona e uno in terza è out. Certo, così l'autore ha l'impressione di chiarire meglio le voci, ma in realtà rischia solo di confondere il lettore. Quindi, o tutti in terza persona, o tutti in prima (o in seconda, se siete temerari). E, ma questo è ovvio, a patto che le voci siano caratterizzate bene e che il lettore sia in grado di distinguerle (e di capire il perché della scelta dell'autore).


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