giovedì 28 marzo 2013

Scrivilo per noi: il Salone del Libro di Parigi



Ospitiamo oggi, per lo spazio dedicato ai contributi dei lettori, un appassionato reportage dal Salone del Libro di Parigi di Maria Lidia Petrulli, che ci manda anche alcune foto da lei scattate. 

Sabato 23 marzo alle 10, sul metro Porte De Versailles, diretta al Salone del Libro di Parigi, rimango come sempre affascinata dalle tante vite che incrocio, volti che si sovrappongono fra una vettura e l’altra, una stazione e quella successiva, volti che riemergeranno dalle linee di convergenza di una successiva capatina in questa città che adoro.

Devo dire che, una volta arrivata, l’impatto è più modesto rispetto al nostro Salone del Libro di Torino, la facciata, lo stabile, sono meno appariscenti, ma la gente in coda è tre volte superiore.
Una volta entrata, i programmi sono in un grande contenitore alla mia destra insieme alla cartina del salone, ognuno si serve da solo senza inutili code alla reception; rifiuto al mio solito la cartina e parto alla scoperta.
 Nell’unico salone si trovano tutte le case editrici, fianco a fianco la Albin Michel, la Gallimard o Actes Sud con quelle medie o piccole, alcune a carattere regionale, come Breitz, piccola casa editrice bretone con sede a Rennes; niente incubatrici dove a Torino vengono relegate le piccole case editrici, col risultato che non ci va nessuno, salvo parenti e amici di coloro che hanno pubblicato con gli editori che vi sono relegati.

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La scelta francese costringe a notare tutti perché, se vuoi visitare gli stand di Flammarion per esempio, non puoi esimerti dal passare di fianco ad altre sigle meno conosciute e alle loro copertine che richiamano la tua attenzione come fantastiche torte sulla vetrina di un pasticcere: anche un libro è un fatto di gola.

E in tutti gli stand, indipendentemente dalla notorietà degli editori in questione, ci sono gli autori, con nome e cognome ben esposti, facilmente riconoscibili e abbordabili, facendo dell’evento quel che dev’essere un salone del libro, cioè uno scambio culturale sul perché di un’opera e non una banale libreria in grande. Sono andata diverse volte a Torino in occasione del Salone del libro, due volte anche in qualità di autrice pronta a presentare il proprio lavoro, ma perfettamente anonima e indistinguibile dai cassieri, in piedi tutta la giornata da sfiancare le gambe, in un’incubatrice dove non ti si fila nessuno, tranne tuo marito che è venuto con te.
Poiché gli autori presenti sono tanti, e le richieste di dediche cui ottemperare anche, la case editrici più grosse espongono una tabella con su segnate tutte le presenze e gli orari, in tal modo se ti interessa un libro, vai e lo acquisti quando c’è l’autore e hai anche l’occasione di chiedergli faccia a faccia quel determinato enigma su cui stai riflettendo da tanto tempo.

L’impressione che ne ho avuto, è di trovarmi sotto un immenso albero di ciliegie da cui staccare i frutti a piacimento.
Molti stand sono organizzati con tavolini, sedie e salottini, tanto da poter sfogliare i libri in santa pace e su cui discutere con un autore. Io mi soffermo a parlare con Olivier Gérard, che sta per pubblicare un libro ambientato in parte in Sardegna, regione che non ha mai visitato, e sarà che lo trovo interessante oppure per la casualità dell’isola, visto che ci abito, così gli compro il romanzo Prions Pour La Mort; mentre di Mathilde Weber, bretone doc, mi affascina la storia attuale ma intrisa della magia celtica di Rendez-Vous à Glendalough.
Bisogna dire che i libri in Francia sono più cari che in Italia, per cui un occhio al portafoglio è d’obbligo.

Un buon terzo del Salone è riservato alla letteratura di altri paesi: Russia, Spagna, Svizzera, Israele, Polonia, Turchia, Congo, Tunisia, Brasile, Costa d’Avorio, (possibile che ne abbia dimenticati alcuni), nei cui rispettivi stand sono riunite le case editrici del paese e spesso sono dotati anche di piccole aree per le conferenze. Letteratura multietnica come il paese che la ospita, in modo che ciascuno possa seguire gli eventi letterari delle proprie origini.
Manca l’Italia, rappresentata esclusivamente da Panini Edizioni. Moltissimi gli stand dedicati a Bandes Dessinées e Manga, e alla lettura digitale, tramite lettori sempre più sottili da apparire diafani e in confronto ai quali, il mio lettore ebook acquistato un anno fa, ha un’aria decisamente obsoleta.

Tra le tante conferenze che leggo sul programma in carta riciclata, scelgo di seguire quelle di Luis Sepulveda e Amélie Nothomb. Ascoltare gli autori mentre parlano del loro lavoro è il motore principale che mi spinge a frequentare eventi del genere, capire come e da dove prendono spunto, ciò che li ha spinti ad abbordare quella storia piuttosto che un’altra, comprendere cosa c’è dietro le parole ben articolate delle loro pagine, è motivo di spunto, di riflessioni e di idee.
 Così l’umiltà di un Sepulveda col suo ultimo romanzo per l’infanzia, Le Chat et La Sourie, il suo timore che i diritti per la versione cinematografica venissero acquistati dalla Disney, capace di snaturare anche il non snaturabile, invece la produzione è stata affidata all’italiano Enzo D'Alò che ne farà una creazione animata secondo la metodica classica del disegno; l’eccentricità di una Nothomb che, nel suo ultimo Barbebleu, vuole riscattare la reputazione sia del personaggio della celebre novella, trattato ingiustamente, a suo dire, poiché anche un uomo ha diritto ai suoi segreti, sia le sue tante mogli, presentate l’una dopo l’altra come irriducibili oche. Io penso della Nothomb che sia un’autrice geniale, e trovo pure l’occasione di dirglielo dopo un’ora e un quarto di coda per avere la dedica sul libro: aspetto feticistico della personalità. Fa parte del gioco.
Lascio il Salone del Libro verso le 16,30, soddisfatta della giornata e arricchita, come sempre, quando la cultura prende possesso dell’anima quanto dei neuroni.

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