martedì 5 marzo 2013

Dice il saggio: a proposito di effetti speciali




Parlavamo lo scorso martedì di avere rispetto per chi legge. E un corollario è il carveriano "Niente trucchi da quattro soldi", più volte citato nel nostro blog. Oggi affronteremo il discorso prendendo a prestito una categoria cinematografica, gli effetti speciali, nella convinzione che in letteratura come sugli schermi tutto è lecito solo fino a quando non va a sostituire una buona e approfondita scrittura.

Cosa sono gli effetti speciali della scrittura? Potenzialmente, ogni scelta stilistica può esserlo. Da quella di eliminare una vocale come fece Perec a quella di una scrittura tutta metanarrativa di Borges. Ma anche la trama può avere degli effetti speciali, vedi per esempio il truce realismo di Truman Capote, o l'invenzione della "neo-lingua" di "1984".
Non è un caso se gli esempi citati sono tutti di indiscutibile letteratura. È per dire che la scrittura come tale è finzione e invenzione, e se siamo approdati dal neorealismo al realismo magico è proprio perché nemmeno la scrittura più cronistica può prescindere da un apparato stilistico e, di conseguenza, dai suoi effetti speciali, più o meno urlati.
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Come sempre in questo campo, non c'è niente che non si possa o non si debba fare, ma tutto deve essere sempre e comunque a servizio della storia e del lettore, o quantomeno di un nocciolo di espressione. Dietro ogni scelta, deve sempre esserci una motivazione, che non può essere il puro e semplice intrattenimento del lettore. Altrimenti, per tornare a Carver, stiamo bluffando, è tutto un trucco.
Al contrario, la letteratura ha bisogno di onestà. Perché il piacere di leggere storie affonda le radici in un bisogno profondo dell'animo umano, e del resto ogni qualvolta si acquista un libro di decide di dedicarne tempo e denaro, e se il lettore ha fatto questo per noi, dovremo pur ricompensarlo in qualche modo.

Per concludere: ognuno di noi vorrebbe scrivere qualcosa di convincente, sconvolgente, memorabile, unico; e ognuno ha i suoi modi per farlo, o ne è alla ricerca. Fin qui, tutto è lecito, dal giallo alla storia d'amore, dal giornalistico all'onirico, dai versi alla prosa, dal minimalismo al realismo isterico, non saremo noi (e speriamo nessun altro) a dire cosa è giusto e cosa no. Ma come hanno insegnato tra le altre cose le avanguardie artistiche novecentesche (pensiamo per esempio a un Fontana o a un Duchamp) tutto va bene solo finché ha un senso. La letteratura è segno, ma se il segno è vuoto serve a ben poco.

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