venerdì 22 febbraio 2013

Alla scoperta di… Beppe Fenoglio


Questa settimana (il 18 febbraio per essere precisi) ricorreva il cinquantenario della morte di uno dei più grandi scrittori del nostro dopoguerra, seppure non il più celebrato. Si tratta di Beppe Fenoglio, autore tra le altre cose de "I ventitré giorni della città di Alba", "La malora", "Primavera di bellezza".

Ma il meglio della sua opera, «il romanzo che tutti avevamo sognato» nelle parole di Calvino, è arrivato postumo, dopo travagliate vicende editoriali. È "Una questione privata", che insieme a "Il partigiano Johnny" costituisce l'ultimo romanzo scritto sulla resistenza partigiana, l'ultimo capolavoro della stagione neorealista in Italia. E proprio al partigiano Johnny dedichiamo la scoperta di oggi.

Parlavamo allora di neorealismo, ma non che neorealismo sia una definizione sufficiente e completa, per questo autore e i suoi libri: perché se nelle tematiche manca deliberatamente quel tono celebrativo della Liberazione, sostituito invece da una dignitosa umanità descritta nei suoi momenti peggiori, nello stile la ripresa realistica giunge al paradosso, con una lingua che per rimanere fedele all'anglofilia del personaggio (nonché dell'autore) diventa tutt'altro che limpida e lineare, quasi una messa in prosa dell'Italy pascoliana. Eppure, etichette a parte, pare che nessuno meglio di Fenoglio abbia saputo interpretare quella stagione, quegli ultimi anni e poi mesi di guerra civile in Italia.
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Pubblicato come detto postumo nel 1968, "Il partigiano Johnny" deve il suo titolo all'Einaudi che ne curò la prima edizione. In realtà, voleva essere un proseguimento di "Primavera di bellezza", con cui ha in comune il protagonista, ma non il finale: se nel primo romanzo, su suggerimento di un altro editore, questa volta Garzanti, Johnny moriva poco dopo l'8 settembre, nel secondo la storia riparte proprio da lì, e il partigiano sopravvive alla guerra, almeno fino a due mesi dalla fine, quando il libro si conclude.

E l'intervento editoriale sul capolavoro di Fenoglio non è tutto qui. L'autore aveva lasciato infatti due versioni entrambe incomplete dell'opera, e quella che leggiamo oggi è una ricostruzione a cui si è arrivati dopo svariati tentativi. Il primo è quello rimasto celebre e che ha riscosso maggior favore di pubblico, tanto che è stato ristampato anche nei Classici del Novecento di Repubblica; è l'edizione 1968 di Einaudi, che si rifà principalmente alla seconda versione di Fenoglio e la integra con la prima per quanto riguarda i capitoli mancanti. Ma c'è anche chi ha provato, con più attenzione filologica ma meno successo commerciale, a pubblicare le due versioni affiancate, come una vera e propria edizione critica: è quello che ha fatto Maria Corti nella pubblicazione del 1978, in cui propone tra le altre cose che "Il partigiano Johnny" sia stato non l'ultimo ma il primo (tentato) romanzo di Fenoglio, mentre "Primavera di bellezza" ne sia una sorta di spin off o conseguenza dettata appunto dalle preferenze della casa editrice Garzanti.

Forse se una malattia non avesse portato a morte prematura l'autore, ora non saremmo qui a discuterne. Fatto sta che Fenoglio e in particolare i suoi capolavori postumi restano un caposaldo se non l'espressione più alta di una stagione storica e poi letteraria fondamentale. E se questa espressione resta a oggi incompiuta è forse la prova che aveva ragione Calvino, quando del neorealismo parlava come di una "frammentaria epopea".

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